
Descrizione
Il percorso di filosofia della religione che qui si propone intende approfondire alcuni aspetti della dimensione epistemica dell’esperienza religiosa e delle diverse pratiche religiose, per poi valutarne le conseguenze, che riguardano soprattutto la precisa definizione dello statuto pubblico delle religioni.
Il punto di partenza del percorso consiste in una nuova formulazione della nozione di “credenza”, che cerca di isolarne l’aspetto irriducibile ad altre nozioni epistemologiche. L’idea principale che si vuole analizzare è che la forza di una credenza non si esaurisce né si riduce all’arbitrio soggettivo del credente, ma nemmeno alle ragioni che la sostengono. È la forza attrattiva di quanto è creduto a costituire una sorta di ragione solo interna della credenza, la quale dunque si auto-sostiene senza per questo essere derivabile da un voler credere.
Se la dinamica del desiderio e della fiducia possono intersecare questa idea di credenza, va sempre sottolineata la dimensione non privata della stessa. A questi fini si avanza la proposta teorica di individuare nella peculiare “logica della pretesa” quella dinamica che meglio rende conto della specificità della credenza, particolarmente dell’impegno che nella credenza implicitamente si esprime nei confronti di quanto è creduto. Infatti una pretesa, per quanto ha certo delle ragioni dalla sua, non può avere tutte le ragioni, altrimenti non sarebbe solo una pretesa. E al contempo, per quanto esprime certo anche un’istanza soggettiva, una pretesa non può essere esclusivamente il prodotto di un arbitrio, altrimenti non sarebbe addirittura una pretesa. La misura di ambivalenza in cui la pretesa è solo una pretesa e allo stesso tempo addirittura una pretesa dice come la vera forza di una pretesa sta in ciò che è preteso e non in chi pretende, senza che per questo ciò che è preteso possa essere stabilito in maniera definitiva, perché esso solo è ragione di se stesso e non ha ragioni per se stesso.
Ora, questa formulazione della specificità della credenza nei termini della pretesa pare particolarmente interessante per la filosofia della religione. Dopo una disamina in sede di epistemologia contemporanea, nel percorso si cercherà di vagliare pregi e difetti di questa formulazione nel rendere conto dei fenomeni religiosi. È la questione della dimensione pubblica della religione a costituire il terreno privilegiato di applicazione della proposta epistemica avanzata. Infatti, che il religioso e la religione (eventualmente istituita) abbia addirittura delle pretese significa che essa, oltre a rivendicare quanto pretende, è naturalmente orientata a collocarsi in, e quindi a mettere in questione, uno spazio pubblico – unica dimensione di effettiva articolazione dell’universalità insita in ogni pretesa. Che poi il religioso e la religione (eventualmente istituita) abbia sempre al contempo solo delle pretese significa che tale spazio pubblico è necessariamente uno spazio di dialogo, perché la limitazione del “solo (una pretesa)” vuole dire che è presente un margine di discussione, e prim’ancora un’assunzione di ideale negoziabilità di quanto rivendicato. L’ambivalenza propria alla logica della pretesa, così, permette di veicolare un momento forse cruciale per ogni religione: la combinazione del suo diritto allo spazio pubblico con il suo dovere alla negoziabilità delle sue – appunto – pretese.
Questo approccio sembra subito mostrarsi di grande attualità. Infatti, mai come in questo momento storico sembra urgente una riflessione tanto sull’inefficacia di un laicismo che restringe alla sola sfera privata i fenomeni religiosi, quanto sul bisogno di trovare una misura condivisa alle rivendicazioni a volte arroganti delle singole confessioni religiose. Ricollocare al centro dell’attenzione la comune esperienza della credenza, invece, permette forse di veicolare una forma di pratica religiosa (e più in generale di convivenza) finalmente virtuosa, nella misura in cui combina diritto alla pubblicità e dovere al dialogo.
Per esemplificare e testare la tenuta di questa riflessione, che muove dell’idea di una “credenza cum pretesa”, si propongono due indagini specifiche: la prima nell’ambito intra-religioso, la seconda in quello inter-religioso.
In ambito intra-religioso, la profezia si presenta come una forma particolarmente critica e dirompente di pretesa, pretesa del religioso all’interno della religione. La profezia è una forma di dissidenza, necessaria alla religione nella misura in cui esibisce e ricorda a tutti i religiosi la forza autarchica e insieme non arbitraria della credenza. La profezia è così un esempio forte di ciò che nella credenza è addirittura una pretesa.
In ambito inter-religioso, e in una forma storicamente eclatante di conflitto di pretese, può essere particolarmente utile l’analisi di una delle prime opere di Ugo Grozio, il Meletius (1611), nel quale si trova formulato lo sforzo di trovare una misura al conflitto inter-religioso, la quale però non mutili l’importante istanza pubblica legittimamente rivendicata dalle singole confessioni religiose – così chiamando direttamente in causa anche il rapporto tra religioni e società civile. Quest’opera di ingegno, poco conosciuta e straordinariamente attuale, fornisce ancora un modello anche solo metodologico la cui attualizzazione si rivela particolarmente preziosa, perché ci spinge a trovare una misura (che come la sua ratio è certamente contestuale e non assoluta) alle pretese della religione, sottolineando così ciò che nella credenza è solo una pretesa.
Il percorso è scandito attraverso otto tappe, con una scadenza mensile a partire da gennaio 2013, come previsto dal prospetto generale.
Qui sotto il programma delle singole sedute seminariali organizzate, in cui si trovano la descrizione di ciascun seminario e i materiali utili alla preparazione dello stesso:
Prima seduta, 14 febbraio 2013 dalle 9.15 alle 12.30
Seconda seduta, 12 marzo 2013 dalle 09.15 alle 12.30
* Giuseppe Di Salvatore (1977) si è laureato in Filosofia della religione a Roma (La Sapienza) con il professor Marco Maria Olivetti con una tesi sulla fenomenologia di Jean-Luc Marion. Dopo aver conseguito un DÉA (master) in “Ontologia della persona” a Ginevra, si è dottorato a Roma (Tor Vergata) nel 2007 con una tesi sulle teorie dell’intenzionalità, sotto la guida del professor Jocelyn Benoist. Due volte borsista della Scuola di Alta Formazione Filosofica di Torino, ha svolto attività di ricerca post-dottorale in filosofia del linguaggio all’Università di Ginevra fino al 2009.
Tra le sue pubblicazioni, per le Edizioni Fondazione Centro Studi Campostrini ha curato e tradotto le antologie di Jean Héring, Fenomenologia e religione (Verona 2010), e di Eugenio Coseriu Il linguaggio e l’uomo attuale (Verona 2007, insieme a C. Bota, L. Gasperoni e M. Schiavi). Dal 2009 collabora alle iniziative culturali e di ricerca della Fondazione Centro Studi Campostrini.